sabato 13 settembre 2008

STROBOSKOPIKA

Talvolta mi lascio condurre, con malcelato INentusiasmo, in luoghi di pseudo-vivente amenità.
Vago appena fuori dall'ombra, per non sottolineare troppo la mia presenza.
Osservo gli occhi spenti degli habitué; discorro con idioma poco controllato, prendendo distanze deliberatamente calcolate dalla Crusca e da qualunque altro genere di fibra.
Discorsi dalla densità di massa atomica idrogena; parole di quark e basi azotate.
Comunico con anime ben capaci di dire molte più cose di tutte quelle che, le vibrazioni aeree degli involucri di carne nelle quali hanno trovato rifugio, siano mai in grado di dire nell'intero arco della loro effimera esistenza. 
Solo in questa comunicazione riesco a trovare sostegno per sopportare (o, per meglio dire, simulare l'inclinazione a sopportare) la mia permanenza in questi ameni mausolei della vita reale; templi eretici innalzati a glorificare gli Dei della costrizione al diletto.

Io, creatura non-morta, paraddossalmente, mi sento opposto agli pseudo-viventi: se non avessi troppo timore di mostrare i canini, svelando la mia natura, sorriderei di queste situazioni.

Riflettendo qualche istante, mi accorgo non essere così paradossale la mia incontinenza di disgusto:
il nettare sacro, tanto caro alle sorelle baccanti, viene sconsacrato dalla vitale miscela monossida e versato, non in calici aurei, ma in volgari contenitori di sabbia fusa; nei casi più disperati, viene macchiato con sapori aciduli, campioni nella lotta armata contro i succhi gastrici.
Ma ciò per cui i miei occhi si disperano e, straziati, emettono gridi silenziosi (a parte i simpatici ghigni funerei degli astanti pseudo-viventi) è il bruciare delle fredde luci stroboscopiche: disperati tentativi di emulazione della potenza dell'astro diurno, nonché maldestra presunzione di eclissare l'estetica millenaria del vasto ed elegante tappeto siderale.

Clap-Clap.
Un applauso a chi ha innescato la miccia e poi se ne va a zonzo col suo barilotto di TNT in braccio, coccolandolo nel pianto ed aggiustandogli la cuffietta para-sole (e, per mia natura, so bene quanto possa essere dolorosa la sua luce), lamentandosi dell' eccessivo peso.
Quindi un applauso a chi ha eretto cotanto dissacrante e blasfemo delubro in onore del lato peggiore dei non-vivi.
Dal momento che io stesso sono artefice del mio omicidio e ritorno sovente sul luogo del delitto (in perfetto stile SM tanto amato dal genio di Mapplethorpe), sarei tentato di rimanere per subire le ovazioni appena invocate, sino al loro termine.
Ma il tempo stringe: devo coccolare il mio barilotto, prima che la miccia sia completamene consumata; sta per esplodere dall'ansia...

venerdì 12 settembre 2008

Pagine Bianche

Nel vuoto, più assoluto, di convenzioni e convinzioni,
ho prestato giuramento di fedeltà al circolo vizioso dell'Indolenza.
Mi sono ritrovato ad afferrare fra le dita (spesso troppo fragili per sorreggere tutto il peso che mi grava sulla schiena) rocce di friabili necessità.

Nel vuoto, più assoluto, il mio corpo si è lasciato cadere, dopo aver strisciato sul materiale roccioso: serpe a sangue caldo che brama solo l'ombra.
Viene ghermito in volo da un uccellaccio spennato dai forti artigli scuri, visibilmente trascurati.
Non riporta ferite la mia carne, ma immobilizzato; la psiche è ugualmente distrutta: conferisce alle cellule epiteliali ed ai neuroni facoltà psicosomatiche d'ipocondriaca empatia.

Parve divenir eterno quell'essere sospeso e lasciarsi trascinare, poi rovinai precipitosamente, fin dentro il suo nido (un mucchietto di fango che parrebbe esser stato masticato malvolentieri e sputato nuovamente fuori, ricoperto di schiumosa bava spessa e viscida, tanto quanto basterebbe per far innamorare la più elegante e letale delle tarantole).
L'uccellaccio mi fissa coi suoi piccoli occhiuzzi stanchi; evinco questo suo stato affaticato dai suoi bulbi oculari attraversati da una fitta rete rossastra d'esplosione di venuzze; ma forse ha solo fame.

Memore del giuramento di fedeltà al circolo vizioso sovra-citato, lo fisso di rimando: senza espressione alcuna.

Passano ore nelle quali attendiamo, in posa, il casuale passaggio di qualche obiettivo interessato al degno fotogramma del peggior B-Movie fantasy della Storia dell'IN-ANIMAZIONE.

L'attesa pare aver snervato l'uccellaccio; decide di rivolgermi la parola, presentandosi.

"Sono l'Apatia"

In quel momento comprendo tutto. TUTTO.
Mi adagio nel suo squallido nido e gli accordo il permesso di divorarmi, se ne ha tanta necessità (forse le sue necessità sono meno friabili delle mie).
Sembra stupito da tanta arrendevolezza.
Povero uccellaccio spennato e dagli artigli poco curati: non ha capito NULLA.

Servo volontario dell'Indolenza, ghermito dall'Apatia, mi ritrovo con un disinteresse all'evoluzione degli eventi, addirittura superiore all'Apatia stessa.

"Fammi solo un favore: prima di divorarmi, lima i tuoi artigli...
Mi ha sempre dato noia essere dilaniato da troppa noncuranza".